La muraglia europea alle bici cinesi

Ultimo aggiornamento: 10.04.20

 

Nuovi controlli da parte dell’Europa sull’invasione di bici di dubbia qualità provenienti dalla Cina.

 

Il tema delle biciclette elettriche è una questione interessante sotto diversi punti di vista. Se da una parte la presenza di questi mezzi sulle strade registra un aumento lento ma costante negli ultimi anni, dall’altra il mercato fa gola a marchi e produttori occidentali e asiatici.

Nel mirino sono caduti diversi produttori cinesi, accusati di aver beneficiato degli aiuti di Stato e immesso sul mercato biciclette a un costo eccessivamente basso rispetto agli standard di produzione di altri Paesi europei.

 

La mossa dell’EBMA

L’azione contro questa supposta invasione da parte dei produttori cinesi del mercato delle biciclette elettriche è stata presentata alla commissione Europea dall’EBMA, un’associazione che riunisce un gran numero di produttori europei di biciclette.

L’obiettivo è stato quello di segnalare cinque aziende cinesi responsabili di questa situazione, chiedendo che ai regolari dazi imposte alle merci importate siano aggiunti dei dazi addizionali antidumping. Dietro questo termine in pratica si cela l’azione di contrasto a merci estere vendute e prezzi inferiori rispetto al mercato interno.

A quanto pare il tema ha raggiunto la commissione europea che, dopo aver aperto un’indagine, ha deciso l’entrata in vigore di queste tassazioni suppletive, con costi aggiuntivi il cui intento dovrebbe scoraggiare i produttori cinesi incriminati a procedere con l’esportazione delle e-bike.

 

 

Un mercato in crescita

La questione dell’invasione cinese evidenzia un interesse e una crescita progressiva del mercato e del commercio di bici elettriche in Europa. Numerose compagnie europee hanno dedicato sezioni e reparti alla creazione di bici dalla pedalata assistita o completamente elettriche. La bicicletta elettrica infatti sta lentamente entrando nelle case degli utenti, vuoi come sostituto alla macchina, vuoi come supporto per chi desidera alternare alle quattro le due ruote.

È una sorta di silenziosa riconquista degli spazi ciclabili e di una mobilità a impatto zero, arricchita dalla presenza di un motore o di un sistema che attenua e riduce quanto possibile lo sforzo richiesto dal ciclista, specie quando è il momento di affrontare una salita particolarmente impervia oppure gestire un tragitto pesante. Il tema della mobilità green ha fatto gola a tanti e alcuni hanno deciso di sfruttare la crescita esponenziale della domanda, beneficiando di alcuni sgravi forniti dal proprio governo per massificare la produzione di biciclette elettriche e raggiungere il mercato europeo.

 

L’oggetto della contesa

La gestione di un mercato come quello europeo ha incuriosito diversi protagonisti del commercio delle e-bike. Quando non è lo Stato a investire in prima persona in una formula differente di mobilità aziende automobilistiche e privati cercano di colmare questa lacuna, con proposte e servizi legati non solo all’acquisto ma anche alla condivisione del mezzo a due ruote. È il caso del bike sharing che ha conquistato centri come Valencia, per non menzionare la tradizione olandese.

Colossi come Tesla o Uber si stanno avvicinando al mercato europeo e se la visionarietà di un Elon Musk necessita di tempo per trasformarsi in realtà, il marchio americano del car sharing sta sperimentando il suo sistema di bici a pedalata assistita Jump per le vie di Berlino. Insomma, si capisce bene la preoccupazione di piccole e grandi aziende legate al filo rosso delle due ruote. Alcuni produttori cinesi, ricevendo notevoli incentivi per l’acquisto e utilizzo di metalli e sostanze chimiche indispensabili per la catena produttiva, avrebbero approfittato di questa situazione di vantaggio per abbassare di netto il costo delle bici elettriche esportate, danneggiando così i mercati interni e i produttori locali.

 

 

Dalle parole ai fatti

La richiesta è partita dall’EBMA e la risposta della commissione non si è fatta attendere, raggiungendo anche dazi aggiuntivi del 79,3% del costo del prodotto da esportare.

In molti si chiedono se la misura sarà efficace a contrastare la cordata di produttori cinesi o se si tratti di una forma di protezionismo da cui pochi usciranno vincenti. Quello che è certo è che il controllo sulla qualità e l’affidabilità di un prodotto come una bici elettrica si mantenga tale nel tempo, selezionando le merci così da avere prodotti che rispettino gli standard in quanto a sicurezza e tracciabilità.

Più di 150 tra piccoli e grandi produttori europei possono tirare un sospiro di sollievo, considerando le iniziative e una rinnovata attitudine per un mondo in cui le due ruote possano affiancarsi ai classici mezzi di locomozione e, perché no, sostituirli quando sarà arrivato il momento. Il modello e la filosofia alla base della bicicletta elettrica si pone tra le sfide più interessanti di un mercato che si sta rinnovando, guardando alle città come ulteriore campo di sfida e come opportunità per tracciare nuovi percorsi, magari a basso impatto ambientale.

La speranza di una coesistenza di pedoni, ciclisti e automobilisti rientra tra gli obiettivi di un futuro che è sempre più pressante e in cui le grandi metropoli rischiano il collasso. La protesta e l’azione preventiva dell’Unione Europea non deve congelare il mercato di quei produttori che si muovono sia in ambito locale che internazionale, incentivando così una concorrenza il cui maggior beneficiario dovrà essere l’utente finale.

 

 

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